LA PRATICA DELLE CONSAPEVOLEZZA: DALLE ORIGINI BUDDISTE AI PROTOCOLLI MIDFULNESS BASED

 

Di Giuseppe Di Stefano

Sebbene la pratica di Mindfulness abbia come origine le pratiche meditative Orientali, nelle “proposte” Mindefulness-based si è cercato di “purificare” queste pratiche dal loro contenuto mistico-religioso e renderle “fruibili” a persone di qualsiasi cultura e orientamento filosofico-religioso e nel contempo di strutturale in una forma tale da poter essere valutate, dal punto di vista dei risultati, in modo rigoroso dalla comunità scientifica. Infatti la letteratura scientifica che si occupa di Mindfulness è ormai estremamente corposa. Tuttavia una “introduzione” sulla tradizione meditativa orientale è necessaria per far chiarezza e rimuovere molti “miti” che si sono diffusi in Occidente. Quando pensiamo alla “meditazione”, a volte immaginiamo qualcosa di esoterico, sicuramente molto distante dalla nostra realtà: ci figuriamo uomini magri, poco vestiti, con le gambe curiosamente incrociate, in stato di trance. Il primo mito da sfatare è che gli stati meditativi non sono presenti solo nelle tradizioni orientali di matrice buddhista: ad esempio esiste una tradizione meditativa in ambito islamico, ebraico e cristiano. Non solo, anche nella tradizione meditativa orientale di matrice buddhista, esistono diversi tipi di meditazione. Per la necessaria brevità di questa trattazione ci riferiremo unicamente alla tradizione buddhista theravada, che è la tradizione buddhista più antica, ma soprattutto è la tradizione dalla quale la Mindfulness deriva. Secondo la Theravada, il termine “meditazione” può essere tradotto con il pali bhavana ovvero “educazione” (mentale), che ci avvicina notevolmente alla comprensione della pratica. Già l’etimologia dell’italiano “educazione”, dona una giusta indicazione in questo senso: “aiutare con opportuna disciplina a mettere in atto, a svolgere le buone inclinazioni dell’animo e le potenze della mente, e a combattere le inclinazioni non buone”. Come educazione, bhavana è anche “sviluppo”, “progresso”, “coltivazione” della mente-cuore: per cui potremmo dire, semplificando, che la meditazione è un “allenamento” intenzionale e continuo della mente-cuore, con l’obiettivo di riportarla al suo “stato originariamente naturale”. Stato che per essere raggiunto richiede, al contrario di quanto si possa immaginare, un paziente, costante, amorevole lavoro interiore, al fine di “decondizionare la mente”. Ma a quale scopo? Per rispondere a questa domanda farò una ulteriore semplificazione, concentrandomi sulla tradizione meditativa vipassana-theravada, che è quella dalla quale la Mindfulness trae origine. Lo scopo della meditazione, secondo questa tradizione, è portare alla comprensione della vera natura della mente e della materia. La meditazione vipassana (vipassana = chiara visione) è una pratica che porta alla graduale purificazione della mente e alla piena consapevolezza di sé e del proprio corpo. La Vipassana prevede una serie di momenti di contemplazione, che si concentrano ora sul corpo (respiro, postura, parti e azioni del corpo), ora sulle sensazioni, poi sulla mente e gli oggetti mentali. Individua cinque ostacoli: desiderio sensuale (non si tratta solo di desiderio sessuale, ma si riferisce al cercare la felicità nutrendo il desiderio dei sensi, che oltre al piacere sessuale include anche, ad esempio, il mangiare e altre esperienze sensoriali), malevolenza, torpore, irrequietezza e dubbio, a cui contrapporre i “sette fattori del risveglio”: presenza mentale, investigazione dei fenomeni, risveglio dell'energia, gioia, serenità, concentrazione ed equanimità. La tradizione meditativa vipassana-theravada è una “forma” meditativa estremamente tradizionalista perché aderisce alla “lettera” agli insegnamenti lasciati dal Buddha. Il principale testo di riferimento per la pratica meditativa theravada è il Satipatthanasutta, e cioè “Sutta su come rendere stabile l’attenzione”, tradotto comunemente in italiano con “Discorso sui fondamenti della consapevolezza”. Satipatthana, etimologicamente, può essere scomposto in due termini: sati che è “presenza mentale” o “attenzione” e patthana che significa “stabilirsi in modo vigoroso, stabile e fermo” e anche “applicarsi”. Tutti termini che indicano un lavoro, un processo che richiede volontà per avverarsi. Sati in italiano è tradotto anche con “consapevolezza” che però, etimologicamente, ha una valenza semantica che eccede la dimensione di sati. “Consapevolezza” discende, infatti, da un derivato del verbo “sapere”, con il significato di “avere conoscenza di qualcosa”. Nel caso di sati ci si riferisce ad un conoscere che emerge dall’esperienza diretta. Colui che è “consapevole”, quindi, è colui che conosce. Porre l’attenzione su qualcosa è un conto, ma avere consapevolezza dell’oggetto osservato è un’altra cosa. La consapevolezza del corpo è il primo fondamento della meditazione vipassana. Un esercizio che sviluppa la “presenza mentale” intorno alle proprie sensazioni (piacevoli o meno): dalla punta dei piedi fino all’attaccatura dei capelli, passando anche da zone come il mento, la punta del naso o le scapole. Questo significa sviluppare attenzione anche nei confronti del dolore che può sorgere, durante la meditazione, in alcune parti del corpo. La consapevolezza delle sensazioni e dei loro “toni” (piacevole, spacevole, né piacevole, né spiacevole) rappresenta il secondo fondamento. Man mano che la pratica si autoalimenta, la presenza mentale intorno alle varie parti del corpo e al proprio respiro viene richiamata di volta in volta con minore difficoltà. La mente, però, non si lascia “allenare” così facilmente e, nel compiere i nostri “esercizi”, ci troveremo di fronte il chiacchiericcio dei pensieri, compresi quelli che senza sosta formulano continui giudizi sulla nostra stessa pratica: “lo sto facendo bene, sono bravo” o “lo sto facendo male, non ce la faccio”, oppure “il respiro è troppo rumoroso” o “troppo veloce”, “dovrebbe essere più lento”. E’ così che facciamo la prima scoperta: la mente non è così facilmente coltivabile come credevamo! Ecco, allora, che la pratica di sati comincia a sviluppare la consapevolezza (adesso sì) che siamo i custodi di qualcosa che non sappiamo governare, e che non siamo più tanto sicuri di sapere cos’è. Sati ci spinge a “nuotare contro corrente”, perché se i pensieri vanno in una direzione, noi smettiamo improvvisamente di farci trascinare da essi e iniziamo invece ad essere presenti al processo del pensare senza identificarci con i suoi contenuti. Nel momento in cui decidiamo di fermarci a guardare cosa accade, siamo, finalmente consapevoli di essere stati trascinati, inconsapevolmente, per tutta la vita da queste “forze”. Quindi una capacità essenziale da sviluppare è di riconoscere e accogliere l’attività della mente per non farci afferrare dal flusso dei pensieri. Non farsi afferrare non significa reprimere o soffocare i pensieri ma, semplicemente, imparare a rendersi conto (ancora una volta, sviluppando intenzionalmente una attenzione gentile su di essi) del loro flusso e soprattutto del momento in cui ci perdiamo nel “chiacchiericcio” senza fine. Capita costantemente nella vita di essere occupati in un’attività (studiare, guidare, cucinare) e, improvvisamente, chissà come, ci accorgiamo di pensare qualcosa che non ha niente a che fare con quello che stiamo facendo, e ci chiediamo quale “catena di pensieri” ha fatto arrivare la nostra mente fino a lì. Dopo aver osservato il respiro e le sensazioni del corpo, proviamo ad osservare il flusso dei pensieri, senza fare alcunché, soltanto osservare il loro movimento e al massimo annotare se sono pensieri piacevoli o spiacevoli (d’amore, d’odio, di rabbia, …). La tentazione sarà, di nuovo, quella di impostare un controllo “giudicante” sulla nostra attività, ma col tempo impareremo ad osservare anche il nostro stesso giudizio, così che l’attenzione sarà indirizzata non solo verso i nostri pensieri, ma anche verso i giudizi su di essi. Il quarto fondamento è la consapevolezza dei contenuti, connessa agli insegnamenti, che riconosce gli impedimenti, e i fattori del risveglio. Una volta riconosciuti e accolti, gli impedimenti diventano alleati nella pratica, oggetti della consapevolezza, da conoscere e con cui familiarizzare. Lo scopo resta sempre lo stesso: “decondizionare la mente”, per lasciare emergere quelle qualità naturali che sono intimamente connesse con la natura umana, quando non è condizionata da pensieri alimentati dall’ignoranza e dall’ illusione riguardo le cose del mondo. Quale ignoranza e quale illusione? L’ignoranza riguardo all’origine della sofferenza, che deriva dalla nostra sete di controllo e possesso della realtà che ci circonda e l’illusione riguardo alla nostra possibilità di eliminarla. Si capisce che non è salutare adoperarsi per l’annientamento (lo ricordiamo, le sensazioni, i pensieri e gli stati mentali non vengono “soppressi” o impediti), ma piuttosto per coltivare una paziente comprensione delle cose così come sono, supportata dalla fiducia nella vita, nella nostra innata saggezza. Un breve ma significativo apologo del Buddha potrebbe essere una sintesi adeguata per descrivere, in modo divertente, quanto detto fino ad ora: "Una volta, qui a Savatthi, c‘era un re che disse ad un uomo: ‘Riunisci tutte le persone a Savatthi che sono cieche dalla nascita’. ‘Va bene, vostra maestà’ l'uomo replicò e, dopo aver radunato tutte le persone a Savatthi cieche dalla nascita, andò dal re e gli disse: ‘Vostra maestà, le persone a Savatthi cieche dalla nascita sono qui radunate’. ‘Molto bene, mostra a questi ciechi un elefante’. ‘Va bene, vostra maestà’ l'uomo replicò e mostrò ai ciechi un elefante. Ad alcuni ciechi mostrò la testa dell'elefante, dicendo: ‘Questo è un elefante’. Ad altri mostrò un orecchio dell'elefante, dicendo: ‘Questo è un elefante’. Ad altri ancora mostrò una zanna... la proboscide... il corpo... le zampe... le natiche... la coda... il ciuffo di peli alla fine della coda, dicendo: ‘Questo è un elefante’. Quindi, dopo aver mostrato a queste persone cieche l'elefante, l'uomo andò dal re e disse: ‘Vostra maestà, le persone cieche hanno “visto” l'elefante. Possa la vostra maestà fare ciò che ritiene opportuno fare’. Allora il re andò dalle persone cieche e chiese loro: ‘Avete “visto” l'elefante?’ ‘Sì, vostra maestà. Abbiamo visto l'elefante’ risposero. ‘Ora ditemi, a cosa somiglia un elefante?’ I ciechi che avevano toccato la testa dell'elefante risposero: ‘l'elefante, maestà, è come una brocca d‘acqua’. Coloro che avevano toccato l'orecchio dell'elefante risposero: ‘l'elefante, maestà, è come un setaccio’ (...) Coloro che avevano toccato la proboscide dell'elefante risposero: ‘l'elefante, maestà, è come l'asse di un aratro’. Coloro che avevano toccato il corpo dell'elefante risposero: ‘l'elefante, maestà, è come un granaio’ (...) Coloro che avevano toccato il ciuffo di peli alla fine della coda dell'elefante risposero: ‘l'elefante, maestà, è come una scopa’. Dicendo, ‘l'elefante è così, non è così. L'elefante non è così, è così’, si colpivano l'un l'altro con pugni. Ciò rendeva felice il re. (…)” (Udana, 6.4). Questa storia serviva a Buddha per dire che quando la nostra mente non è coltivata noi siamo spesso come quei ciechi, ovvero in preda ad una visione parziale della realtà che, però scambiamo per la realtà, perdendone tutta la sua bellezza e verità. Con la pratica della consapevolezza, invece, è come se recuperassimo la vista e vedessimo tutto in tutti i suoi colori in tutte le sue sfaccettature, in tutta la sua pienezza in tutta la sua verità. E’ su questo humus culturale oggi ben conosciuto anche in Occidente, ma allora conosciuto dai soli “specialisti della materia” che si innesta il lavoro pionieristico di Jon Kabat-Zimm che nel 1979 fonda la Stress Reduction Clinic all'Università del Massachusetts, sviluppando il programma chiamato Stress Reduction and Relaxation Program (Programma per la Riduzione dello Stress e per il Rilassamento), basato su un adattamento terapeutico, non religioso, dei contenuti del buddismo di cui abbiamo parlato sopra. In seguito questo programma si trasformò in un corso/percorso della durata di otto settimane ribattezzato MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction), ovvero (N.d.R. la traduzione è piuttosto libera) programma di riduzione dello stress basato sulla meditazione di consapevolezza. L’MBSR diviene un successo mondiale tanto che Kabat-Zimm fonda il Center for Mindfulness in Medicine, Health Care, and Society che è un centro di interesse mondiale. La consacrazione definitiva di Jon Kabat-Zimm al grande pubblico avviene nel 2004 con la pubblicazione del libro:” Vivere momento per Momento.” Ma sentiamo dallo stesso Jon Kabat-Zimm in “Vivere momento per momento” che cosa è il protocollo NBSR: “(…) [è] un programma di tipo nuovo in un nuovo campo della medicina, la medicina comportamentale. La medicina comportamentale si occupa dell’effetto che i fattori psicologici ed emotivi, i modi in cui pensiamo e ci comportiamo, hanno sulla nostra salute e sulla nostra capacità di recupero da traumi e malattie.

Le persone che arrivano alla clinica per lo stress sono in genere sofferenti o malati che desiderano guarire o ottenere almeno un certo sollievo dai loro disturbi. Esse sono di solito indirizzate alla clinica dai loro medici curanti per una gamma di disturbi che va dall’ipertensione alle malattie cardiache, dal cancro all’AIDS. Sono persone di ogni età. Nella clinica imparano a prendersi cura di sé, non come alternativa, ma come essenziale complemento ad altre forme di terapia medica.

Nel corso degli anni molti ci hanno chiesto di imparare le stesse cose che insegnavamo ai nostri pazienti.

Il corso per la riduzione dello stress è essenzialmente un auto-addestramento intensivo all’arte di vivere consapevolmente.

Il nostro lavoro è un addestramento sistematico alla pratica della consapevolezza, una forma di meditazione originariamente sviluppata dalle tradizioni buddiste asiatiche. La consapevolezza si coltiva imparando a rivolgere deliberatamente un’attenzione gentile, non giudicante a cose che normalmente ignoriamo o decidiamo di non conoscere. E’ un approccio sistematico alla coltivazione di una nuova saggezza e padronanza della nostra vita, basato sulle nostre intrinseche capacità di rilassamento e di osservazione interna.

La clinica per lo stress non è un servizio in cui i partecipanti siano ricettori passivi di aiuto e di consigli terapeutici. Essa è un veicolo di apprendimento attivo, in cui la gente impara a servirsi dei punti di forza che già possiede e ad aiutarsi da sé a migliorare la qualità della propria vita anche in condizioni difficili.

In questo processo di apprendimento il nostro punto di vista è che, finché una persona respira, la parte di lei che funziona è più forte di quella che non funziona, per quanto malata e senza speranza essa possa sentirsi. Ma per mobilitare le proprie capacità interne di crescita e di guarigione occorrono una certa assunzione di responsabilità, un certo sforzo e una certa energia. Per questo a volte diciamo alla gente che “può essere stressante intraprendere il programma per la riduzione dello stress” (…)”

In realtà l’approccio sviluppato da Kabat-Zimm, per la riduzione dello stress presso la Stress Reduction Clinic si è rivelato utile per tutta una serie di “interventi” sia in campo psico-terapeutico, che in campo psico-educativo. Infatti lo stesso Kab-Zimm fonda, per questo motivo, il Center for Mindfulness. Attualmente ci sono diversi “filoni Mindfulness” il più noto dei quali è quello che ha portato allo sviluppo del protocollo MBCT (Mindfulness-Based Cognitive Therapy for Depression), che è un metodo scientificamente molto accreditato per prevenire le ricadute della depressione maggiore. Vi sono inoltre protocolli e/o trattamenti Mindfulness-Based per i disturbi d’ansia, per i disturbi ossessivo-compulsivi, per i disturbi dell’alimentazione, per i disturbi da stress post-traumautico, per l’abuso di sostanze (stupefacenti, farmaci, alcool), per il defict di attenzione e l’iperattività. Vi sono poi tutti gli interventi psico-educativi nei più svariati campi; solo per citarne alcuni: la gestione delle risorse umane, la gestione dei gruppi di lavoro, la gestione delle classi nelle scuole, la gestione del dolore cronico nella terapia del dolore, la gestione dell’impatto psicologico della diagnosi e del trattamento in oncologia e così via.

 

Di Giuseppe Di Stefano